Did the UK really ever fully Brenter? Anyway, now it’s Brexit time.

Per anni lo slogan ufficiale di InnovaLang, nonché parte integrante del marchio, è stato “We Speak European”: “Parliamo europeo”… Ma lo dicevamo in inglese. Ora che Brexit è cosa fatta, come la mettiamo con il predominio della lingua inglese in UE? Colgo la coincidente odierna data palindromica 02.02.2020 per mettere l’inglese allo specchio, con l’intento di avviare una discussione (sui Social Network di InnovaLang in cui questo post sarà pubblicato) circa l’apparente paradosso della lingua inglese come idioma veicolare che da due giorni non è più la prima lingua ufficiale di nessuno Stato dell’Unione Europea.

L’altro ieri si è infatti verificata la “condizione bizzarra” prefigurata dall’Economist prima del famigerato referendum (qui l’articolo): “Una unione di nazioni per un totale di 450 milioni di abitanti si ritroverebbe dominata da una lingua parlata solo in Éire (4,6 milioni di abitanti) e Malta (420 mila abitanti)” laddove peraltro queste due nazioni presentano ufficialmente come loro prima lingua nazionale rispettivamente il Gaelico irlandese e il Maltese.

Quali conseguenze comporterà, questo squilibrio? Sarà un’altra lingua, a prendere il sopravvento?

La tentazione francese sarà forte, soprattutto da parte dei cugini d’oltralpe, mai del tutto domi di fronte allo strapotere anglista, seppur talvolta incauti e autolesionisti come nel caso della ratifica del Protocollo di Londra (2008), teso a definire come sufficienti in ambito brevettuale europeo le lingue ufficiali dell’EPO (inglese, tedesco, francese), salvo poi di fatto patirne alcune conseguenze.

Oppure il tedesco, lingua della nazione più popolosa, ricca e influente all’interno dell’Unione sia economicamente, sia politicamente, e che già gode di crescente diffusione presso istituzioni, industrie e mercati.

Resta tuttavia sullo sfondo una verità indigesta ai più fieri Britannici: da molti decenni negli scambi internazionali usiamo prevalentemente l’inglese perché è la lingua degli USA, non perché è quella nata in UK.

Viene inoltre da chiedersi se, prima nelle istituzioni europee e poi sulla popolazione stessa, ora che nell’Unione è venuta a mancare la patria di Shakespeare, non si inneschi una forte accelerazione nel processo già esistente di sviluppo di un “International English” targato UE: qualcosa che sulla scorta delle contaminazioni Franglish e Spanglish porti con decisione e condivisione comunicativa a un codice linguistico fondato sull’inglese, ma che con Brexit ha staccato gli ormeggi per diventare Eurish.

Oppure si potrà finalmente cogliere l’attimo per gettare le basi verso una prospettica unione linguistica, adottando l’Esperanto o sviluppando l’Europanto preconizzato e già descritto da Marani nel 1996, riportando da Wikipedia: “Lingua artificiale creata nel 1996 da Diego Marani, un traduttore del Consiglio dei ministri Europeo di Bruxelles. Il suo stesso creatore l’ha definita uno scherzo linguistico, dotato di un vocabolario che è un ibrido di termini presi da molte lingue europee, soprattutto inglese, francese, italiano, tedesco, spagnolo e olandese. Marani creò l’Europanto in risposta alla percepita predominanza dell’inglese: si tratta di un’emulazione dell’effetto per cui le persone che stanno imparando una nuova lingua tipicamente tendono ad aggiungere parole e frasi della loro lingua madre per esprimere più chiaramente ciò che intendono.”

Insomma, sarà interessante anche dal punto di vista linguistico, nel medio-lungo termine, osservare quali saranno le conseguenze della Brexit sugli equilibri comunicativi in Europa. Nel frattempo… Traduciamo!