L’inglese nel linguaggio delle telecomunicazioni mobili in Italia

Federico Perotto (Prefazione di Virginia Pulcini)
Aracne Editrice, Roma 2010

L'inglese nel linguaggio delle telecomunicazioni mobili in Italia - Federico Perotto

5. Studio comparativo e conclusioni

5.1   L’inglese nel linguaggio delle telecomunicazioni in Italia: tendenze in atto dal 2000 al 2009

Forme inglesi riscontrate nella pubblicistica (marketing e informazione su servizi e prodotti) reperita nei periodi presi in esame:

Periodo 1 (2000) Periodo 2 (2009)
Tim                  15         Tim                 18
Omnitel           10    Vodafone       31
Wind               8          Wind               24
Blu                  14       3                      20
Totale              47 Totale              93

 

Analizzando i singoli gestori, notiamo una certa coerenza per quanto riguarda TIM e una sostanziale continuità fra Blu e 3; salta immediatamente all’occhio l’aumento di termini inglesi utilizzati nella pubblicistica di Omnitel/Vodafone e Wind, triplicati in dieci anni.

Ciò che ci preme evidenziare, e che troviamo più interessante dal punto di vista della ricerca linguistica, è però il notevole aumento dell’uso di anglismi riscontrati nell’insieme del dominio pubblicistico relativo al linguaggio delle telecomunicazioni mobili in Italia, quasi raddoppiati dal 2000 al 2009.

Si tratta in tutta evidenza di un risultato indicativo dello stato della nostra lingua, in rapporto ai prestiti e al peso specifico dell’inglese nell’italiano.

5.2       Un termine di confronto: lo studio Agostini Associati 2000-2008

Dal 2000 al 2008, l’uso di termini inglesi nella lingua italiana scritta è aumentato del 773% in base a una rilevazione condotta su un campione di 58 milioni di parole prodotte da aziende italiane. Questa indagine, condotta da Agostini Associati, società italiana attiva nel settore della traduzione scritta, mostra come sia sempre più diffuso il fenomeno della “contaminazione” della lingua italiana a opera dei prestiti inglesi, fino agli eccessi propri del cosiddetto “Itanglese”.

Tale analisi è stata portata su un corpus di 58 milioni di parole prodotte in italiano da duecento aziende italiane nel corso dell’anno 2008, confrontato con un corpus di 53 milioni di parole prodotte dallo stesso campione nell’anno 2000. Le duecento aziende fonte dei suddetti corpora appartengono a quindici diversi settori, e i relativi documenti passati al setaccio trattano di marketing, finanza, risorse umane, produzione e acquisti.

Sono stati qui misurati frequenza, densità e distribuzione delle singole parole all’interno dei singoli documenti e valori aggregati.

Per “parola inglese importata” qui si intende un termine della lingua inglese diffusamente usato e avente una corrispettiva traduzione in lingua italiana. Non sono qui considerate “parole inglesi importate” termini o acronimi originati nel mondo anglosassone adottati “in toto e senza traduzione” (es.: stalking, spinning, marketing) in più di cinque paesi.

Di seguito i dieci termini inglesi più ricorrenti nel campione analizzato nel 2008:

Parola inglese
importata
Densità % sul totale testi
campione (2008 )
Ambito d’uso
prevalente in azienda
Look 2,04 Marketing
Business 1,91 Tutti
Fashion 1,80 Marketing
Performance 1,40 Marketing
Competitor 1,38 Marketing, Vendite
Annual Report 0,96 Finanza, Bilanci
Mission 0,93 Risorse Umane
Buyer 0,82 Acquisti, Marketing,Vendite
Brand 0,61 Marketing, Vendite
Switch 0,51 Marketing, Vendite, Manuali

Note: ordine decrescente

Dall’analisi dei dati, si rileva che il peso dei termini “inglesi importati” sul totale può variare molto in base a chi produce il contenuto: “Quando traduciamo documentazioni e presentazioni di marketing partendo dall’italiano, talvolta il peso e la densità dei termini anglosassoni all’interno del testo d’origine italiano può arrivare fino al 35% del totale” afferma Alessandro Agostini, socio e responsabile commerciale di Agostini Associati. “È curioso notare che sovente alcuni termini inglesi che abbiamo importato nell’uso corrente vengono poi usati con un significato diverso da quello di origine; c’è insomma una sorta di italianizzazione di queste parole che crea dubbi crescenti agli stessi traduttori anglosassoni”.

5.3       Conclusioni

L’impiego ripetuto di una parola identificata come straniera ne testimonia il processo d’adozione; da questo incontro nascono diverse possibilità di accettazione. I motivi sono vari: la maggioranza può accettare il termine perché designa qualcosa di non identificato nella propria lingua (es. gadget), perché lo trova insostituibile per la sua efficacia fonetica (es. flash), o perché lo trova più comodo o comprensivo di un maggior numero di sfumature per ciò che si vuole indicare (es. shopping).

Un termine d’origine straniera cessa di essere un neologismo a partire dal momento in cui entra nel sistema linguistico della lingua d’arrivo, cioè da quando cessa di essere percepito come straniero. Questo momento va stabilito in virtù dei processi linguistici che portano a tale integrazione, piuttosto che basarsi sul semplice ingresso nei dizionari: questi possono infatti adottare criteri non oggettivi verso l’ingresso di prestiti nel vocabolario della lingua. I dizionari tecnici possono invece incorrere nel rischio opposto: adottando come unico criterio il loro impiego effettivo nel campo di competenza, saranno portati a considerare un gran numero di termini specialistici senza valutare il loro reale grado di integrazione nel sistema.

Per arrivare a definire lo statuto e le funzioni di un prestito, bisogna prima comprendere l’uso effettivo che i locutori monoglotti ne fanno: l’evoluzione semantica di un termine straniero fornisce altri indizi per valutarne il grado di accettazione nel lessico della lingua d’arrivo. Il processo d’ingresso di un termine in una lingua straniera si realizza con un significato monosemico. Prendendo come campione esemplificativo la parola design, ne riconosciamo subito l’accezione di “estetica industriale” acquisita in tempi recenti: non vi scorgiamo più i significati originari – che peraltro restano validi nella lingua inglese – di disegno, piano, intenzione, progetto, modello, ecc.: possiamo quindi affermare che generalmente il prestito veicola da una lingua all’altra il significante di un segno linguistico e uno solo dei suoi significati, senza trasmetterne al contempo la polisemia e il significato più ampio di tale segno.

Sovente il prestito linguistico ricopre una funzione al di là della sua utilità pragmatica, come capita spesso quando la lingua di provenienza sia “di tendenza” (devo ammettere che stavo per scrivere trendy…) e ricopra uno status di overt prestige: ed è questo il caso dell’inglese nei confronti dell’italiano. Tale funzione è definibile come ludica e mistificatrice (o, come ironicamente suggerisce Pergnier, “mitificatrice”) in quanto agisce tramite elementi privi di riferimenti semantici con la lingua d’arrivo, così che l’utilizzatore ne possa fare uso liberamente rispetto al significato proprio che tale significante veicola nella lingua di provenienza, caricandolo di un valore “magico”. Citando Beccaria:

Le parole sono potenti. Plasmano il pensiero delluomo. Ne canalizzano i sentimenti, ne dirigono volontà e azione. La parola non è soltanto ragione, intelligenza, ma anche magia, fatto emotivo, elemento fascinoso, ammaliatore, trabocchetto, trappola, potere.

Ciò che abbiamo riscontrato nella presente ricerca, in particolare per quanto riguarda i termini osservati nel presente studio comparativo e in generale nell’intero dominio della comunicazione divulgativa di tecnologie e materiali legati al campo delle telecomunicazioni mobili è in gran parte imputabile a questa funzione ludica e mistificatrice.

Il confronto con l’eccezionale risultato registrato dalla ricerca di Agostini Associati potrebbe portare a sottovalutare l’aumento di anglismi documentato nello stesso periodo d’indagine nel settore della pubblicistica relativo alle telecomunicazioni in Italia; tuttavia siamo convinti che un loro sostanziale raddoppio nel giro di dieci anni sia degno di nota e attenzione da parte degli “addetti ai lavori”, in questo caso i linguisti, e che possa altresì risultare quanto meno interessante e foriero di riflessioni presso la comunità italofona in generale.

Una domanda che ci poniamo alla fine di questa indagine conoscitiva è: quanto l’utente italiano medio (nell’accezione statistica del termine) di telefonia mobile comprende il significato degli attuali messaggi farciti di termini anglo-americani, al di là del fascino esotico e dell’alone di tecnologia che inesorabilmente portano nelle frasi che li contengono? Sarebbe necessaria una ricerca mirata per rispondere a un tale interrogativo. Tuttavia, giunti al capolinea di un viaggio tra mistificazione linguistica e pragmatismo comunicativo, tra fenomeno di moda e scelta di praticità terminologica, sentiamo di poterci sbilanciare a favore di una maggiore tutela del consumatore/utente di telefonia: la consapevolezza delle scelte passa attraverso la comprensione dei messaggi che ci portano a compiere tali scelte, per cui crediamo che gli anglismi – come ogni altra forma di comprensione non immediata o non consolidata nel vocabolario – andrebbero spiegati nel momento in cui vengono presentati a un pubblico non anglofono.